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    Sei qui:Home»Mugello in musica»Storia della musica mugellana»La “Dafne” di Marco da Gagliano
    Storia della musica mugellana

    La “Dafne” di Marco da Gagliano

    Luglio 4, 2017Updated:Luglio 4, 20172 commenti7 Mins Read40 Views
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    apollo-dafne

    La Dafne, composta da Marco Da Gagliano (articolo qui), è uno dei primi esempi di melodramma alla maniera fiorentina, fedele allo stile recitativo (parti cantate con il solo accompagnamento del clavicembalo, antenato del pianoforte, o del chitarrone). Anche lui, come tutti i portavoci della nuova poetica musicale, cercava di dare maggiore rilievo alle parole, anziché alla musica, “scolpir le sillabe, per far bene intendere le parole”.
    L’opera fu composta per i festeggiamenti del 1608 alla corte del Duca di Mantova Vincenzo Gonzaga.
    In questi primi tentativi di teatro lirico si cercava di riscoprire il pathos, l’emozione del pubblico, la forza espressiva dei suoni, il significato della parola.
    Con la Dafne si porta a compimento la nota formula del recitar-cantando, una recitazione cantata e intonata, come è già insito nella definizione, che trova le sue basi nei madrigali del Quattro-Cinquecento. La formula melodrammatica è, qui, unita al ballo, e quindi alla componente pantomimica.
    L’opera è formata da una serie di episodi, racchiusi in sei scene. Il libretto dell’opera, ovvero la succesione testuale delle battute intonate dai cantanti (il copione, per dirla alla maniera teatrale), è di Ottavio Rinuccini. Elementi prevalenti della creazione del compositore mugellano sono: l’atmosfera malinconica e il sentimento di assenza: assenza di un Salvatore quando i pastori vengono perseguitati dal drago Pitone, assenza degli eroi Apollo e Dafne che fuggono appena si incontrano, assenza della bellissima ninfa Dafne che si è trasformata in alloro.
    La Dafne è considerata come l’ultima creazione del teatro moderno del Rinascimento e una delle prime creazioni del nuovo secolo, il Seicento, il Secolo d’Oro barocco.
    Il testo di Rinuccini, diviso in un Prologo che narra le vicende avvenute prima dell’azione, e sei scene, si ispira alle Metamorfosi di Ovidio.
    Nel Prologo Ovidio, accompagnandosi con la lira, lo strumento della poesia lirica, racconta la trasformazione della ninfa Dafne in albero d’alloro, la potenza che Amore ha sugli uomini e la sfortuna di Apollo che, nonostante sia un Dio, è stato vittima delle azioni del dio Amore ed ha perduto la sua amata Dafne.
    La scena prima ha come protagonisti il Dio Apollo, il coro delle ninfe e dei pastori e il drago Pitone che perseguita i pastori e uccide le loro greggi. Ninfe e pastori chiedono aiuto a Apollo affinché li liberi da Pitone; alla richiesta segue una violenta lotta nella quale il drago rimane ucciso.

    Apollo
    Pur giacque estinto al fine
    In su ‘l terren sanguigno
    Da l’invitt’arco mio l’angue maligno.
    Securi itene al bosco,
    Ninfe e Pastori, ite securi al prato;
    Non più di fiamma e tosco
    Infetta ‘l puro ciel l’orribil fiato.
    Tornin le belle rose
    Ne le guancie amorose;
    Torni tranquillo il cor; sereno ‘l volto;
    Io l’alma e ‘l fiato al crudo serpe ho tolto.

    Nella seconda scena arrivano Venere e suo figlio, Amore, che incontrano Apollo mentre vaga nei boschi. Apollo prende in giro Amore sostenendo che, essendo cieco, non potrà vedere dove andranno i suoi dardi. Venere lo mette in guardia dicendogli che è molto pericoloso sfidare Amore, il quale, a sua volta, giura di voler colpire Apollo e ferirlo.
    Nella scena successiva Dafne, ninfa cacciatrice, domanda ai pastori che fine abbia fatto Pitone, il crudele mostro; Apollo lo ha ucciso. Nel frattempo compare il Dio e subito rimane affascinato dall’estrema bellezza della donna. Colpito da un dardo di Amore, Apollo propone a Dafne di diventare suo compagno di caccia, ma lei, donna mortale, fugge, dicendogli che la legge impedisce la sua unione con un Dio immortale.

    Apollo
    Deh non sdegnar che teco
    Prenda ne’ boschi anch’io dolce diletto;
    Anch’io so tender l’arco, anch’io saetto.
    E qui pur dianzi insanguinato ha l’erba,
    Trofeo di questa man, belva superba.

    Dafne
    Serva di cintia, altri che l’arco mio
    Meco non voglio. Inviolabil legge
    Vuol ch’io recusi per compagno un Dio.

    Apollo
    Ohimè! Non tanta fretta;
    Aspetta, Ninfa, aspetta.

    Tirsi
    Oh come ratta fugge! Ed è già lunge.
    Veder vo’ s’ei la giunge.

    Nella scena quarta Amore è trionfante per aver compiuto la sua vendetta mentre Apollo piange.
    La scena quinta è il centro dell’opera: Dafne, per sfuggire ad Apollo, si trasforma in un albero di alloro. È il messaggero Tirsi che si fa portavoce di questa trasformazione avvenuta sotto i suoi occhi.

    Tirsi
    Quando la bella Ninfa,
    Sprezzando i prieghi del celeste amante,
    Vidi che per fuggir movea le piante,
    Da voi mi tolsi anch’io
    L’orme seguendo de l’acceso Dio.
    Ella, quasi cervetta
    Che innanzi a crudo veltro il passo affretta,
    Fuggia veloce, e spesso
    Si volgeva a mirar se lungi o presso
    Avea l’odiato amante;
    Ma, fatt’accorta omai
    Ch’era ogni fuga in vano,
    I lacrimosi rai
    Al ciel rivolse e l’una e l’altra mano,
    E ‘n lamentevol suono,
    Ch’io non udii, ché troppo era lontano,
    Sciolse la lingua: et ecco in un momento
    Che l’uno e l’altro leggiadretto piede,
    Che pur dianzi al fuggir parve aura o vento,
    Fatto immobil si vede
    Di salvatica scorza insieme avvinto,
    E le braccia e le palme al ciel distese
    Veste selvaggia fronde;
    Le crespe chiome e bionde
    Più non riveggo e ‘l volto e ‘l bianco petto;
    Ma del gentile aspetto
    Ogni sembianza si dilegua e perde;
    Sol miro un arboscel fiorito e verde.

    La favola si conclude con il lamento finale di Apollo che, insieme a ninfe e pastori, piange per la scomparsa della donna amata.
    L’opera fu accolta con grande successo; si tratta infatti di un piccolo capolavoro la cui struttura quasi ricalca la struttra della tragedia greca: il coro di ninfe e pastori è sempre sulla scena e commenta l’azione aumentandone la drammaticità.
    Di grande rilevanza scenica è la spettacolare lotta tra Apollo e Pitone, descrittaci, ancora una volta, con dettagli di particolari dal coro.
    Il recitar-cantando dei personaggi è l’elemento fondamentale dell’opera e si unisce allo stile patetico delle ultime scene, interessate dallo struggente lamento di Apollo per la perdita di Dafne.
    Marco da Gagliano, per non essere frainteso nella successiva rappresentazione dell’opera, nella Prefazione alla Dafne traccia il proprio ideale di messa in musica, sostenendo che: «Tale è l’origine della rappresentazione in musica: spettacolo veramente da Principi e oltre ad ogn’altro piacevolissimo, come quello nel quale s’unisce ogni più nobil diletto, come invenzione e disposizione della favola, sentenza, stile, dolcezza di rima, arte di musica, concerti di voci e di strumenti, esquisitezza di canto, leggiadria di ballo e di gesti, e puossi anche dire che non poca parte v’abbia la pittura per la prospettiva e per gli abiti: di maniera che, con l’intelletto, vien lusingato in uno stesso tempo ogni sentimento più nobile dalle più dilettevoli arti ch’abbia ritrovato l’ingegno umano».
    L’opera in musica fu conosciuta da Vincenzo Gonzaga, consorte di Elonora de’ Medici, durante le feste fiorentine del 1600 per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico di Navarra, meglio conosciuto come Enrico IV, e non poteva mancare nei progetti per i festeggiamenti delle nozze di suo figlio, Francesco Gonzaga, con la Principessa Margherita di Savoia.
    Le nozze furono poi posticipate e la Dafne fu eseguita durante il Carnevale del 1608 e stampata a Firenze, con dedica a Vincenzo Gonzaga, il 20 ottobre di quell’anno.
    Gli interpreti scritturati per l’opera furono i migliori del tempo: Caterina Martinelli, detta La Romanina, nel ruolo di Amore o Venere e in quello di Dafne, già alla corte mantovana dal 1603; il tenore, compositore e virtuoso di chitarrone Francesco Rasi, nel ruolo di Apollo; il contraltista fiorentino Antonio Brandi, detto il Brandino, nel ruolo di Tirsi.
    L’esito della rappresentazione fu trionfale; lo stesso Ferdinando Gonzaga, fratello di Francesco e quindi figlio del duca Vincenzo, cardinale e poi duca dal 1613 al 1626, aveva scritto alcune arie1 per l’opera. Duratura fu la sua collaborazione con Marco da Gagliano, il quale divenne il suo compositore e la sua “guida didattica” nelle attività compositive. Con Da Gagliano condivise l’idea di fondare a Mantova un’accademia musicale basata sul modello dell’Accademia degli Elevati di Firenze (1607) che si proponeva di insegnare l’arte musicale a tutti coloro che desiderassero impararla.
    In questo modo l’ingegno mugellano aveva realizzato la perfetta unione dell’arte musicale fiorentina, e soprattutto medicea, con i gusti della corte mantovana, stabilendo un sodalizio duraturo che lo vedrà protagonista di altre fortunate occasioni musicali, sia medicee sia gonzaghesche.

    Sabrina Malevolti
    © Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 dicembre 2016

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